mercoledì 23 settembre 2009

Il sorriso nella cantina

Era una sera d’estate, il sole ancora nel cielo illuminava la stanza d’una luce che cominciava appena a dorarsi. L’aria fresca e tersa. Era il momento tranquillo dell’aperitivo, quando, appena rientrati dal lavoro, si parlavano, si raccontavano vicendevolmente come avevano passato la giornata, o parlavano di tutt’altro, nel loro mondo, sorridendo. Lei era magra, bionda, e calzava con leggerezza e femminilità scarpe scollate con il tacco alto. Faceva il perito per una casa d’aste, tutto il giorno a contatto con artisti, collezionisti, critici d’arte. Lui cominciava a perdere qualche capello, non era magro come lei, ma la giovinezza non l’aveva ancora abbandonato. Era un impiegato dello stato, ma il confronto che sarebbe potuto sorgere tra il maggiore successo e la mondanità della vita di lei, e la mediocrità della vita abitudinaria di lui, s’annullava costantemente, prima ancora di poter essere formulato, nel sorriso accogliente e negli occhi limpidi della moglie. Erano sposati da due anni, e conducevano una vita serena e semplice. La casa non era grande: una costruzione moderna, ma tradizionale, simile alle altre che s’affacciavano sull’ampia curva della strada solatìa, fronteggiate ciascuna dal proprio rettangolo erboso, ancora non ombreggiato da due alberi giovani. Oltre, il marciapiede, e l’asfalto pulito, grigio chiaro.

Ma quella sera, pur uguale a tante altre, egli sentì che doveva rivelarle l’unico segreto, l’unico punto oscuro che ostacolava il chiaro fluire della loro vita. Lo sguardo che s’attardava sul suo stesso viso sorridente, riflesso un po’ deforme dal cristallo convesso e puro del bicchiere dell’aperitivo, sentì montare in sé un’angoscia, dapprima lieve, e quasi indistinguibile dalla luce della stanza, poi sempre più consistente e carica di dubbio. E se non avesse compreso? Già un brivido presentiva il crepitio appena udibile della crepa decisiva che s’apre sulla superficie del ghiaccio. D’altra parte, continuare a tacere avrebbe finito per disperdere la luce della loro vita comune in un vacuo grigiore. Allora non c’era scelta.

Distolse lo sguardo dal bicchiere, staccò le spalle dal muro, dove s’appoggiava, e le disse che doveva farle vedere una cosa. In cantina. Un po’ stupita, ma sempre sorridente, lo seguì giù per una rampa di scale dritta, non troppo lunga, e poi, sulla sinistra, per una porta, attraverso la quale si accedeva al seminterrato. Non era una vera e propria cantina, l’aria non era umida, e da qualche parte, vicino al soffitto, s’apriva una finestrella che mandava un chiarore tenue. Le pareti grezze, di cemento grigio. Egli si fermò subito dopo la porta, e, senza accendere la luce, appoggiò di nuovo le spalle al muro. Qui, nella penombra, gli pareva più facile confessarsi: alla sagoma della giovane donna, che gli stava in piedi davanti, il collo lungo e sottile ed il mento proteso in avanti, curiosa.

Le ricordò il tempo in cui gl’invasori cominciavano a ritirarsi dal continente, incalzati dagli eserciti alleati. Nonostante forse presentissero la disfatta totale che poi seguì, mentre ripiegavano, organizzarono l’ultima rapina. Treni lunghi e scuri, diretti verso il nord e l’oriente, lasciarono le città occupate carichi d’opere d’arte confiscate nei musei e dalle collezioni private. Uno di questi treni, un giorno, si arrestò in una piccola stazione tra le montagne, subito prima di un valico. Alle spalle della stazione s’ergeva un pendìo ripido, cosparso di rocce e di vegetazione. Davanti, a sinistra dei binari, s’apriva una valle ampia. Soffiava un vento gelido, il cielo era coperto da una spessa coltre di nubi plumbee, fino a fare quasi buio. Solo in lontananza, quasi all’estremità della valle, irrompeva qualche raggio di sole pomeridiano, e faceva scintillare vette imbiancate e ghiacciai. Appena il treno fu fermo, alcuni dei soldati che presidiavano la stazione s’avvicinarono all’unico vagone passeggeri, dal quale nel frattempo erano scesi altri militari. Si scambiarono parole concitate nella loro lingua. Poi si seppe che quel treno doveva essere dirottato, ed adibito ad un trasporto urgentissimo, forse armi e munizioni per una parte del fronte pericolosamente sguarnita. Accanto alla stazione c’era un magazzino. I soldati aprirono le porte di legno pesante, facendole girare con fatica sui cardini arrugginiti.

Ed è proprio a questo punto che lui, disse alla moglie che seguiva attenta il racconto, entrò nella storia. I soldati, per fare più in fretta, sotto la minaccia delle armi, gridando ordini secchi nella loro lingua, obbligarono i pochi civili presenti nella stazione ad aiutarli a scaricare il treno. Così, anche lui, dovette abbandonare la sua valigia, e, insieme ad un altro passeggero, fare avanti e indietro fra il treno ed il magazzino, trasportando preziosi oggetti imballati, d’ogni peso e dimensione, per un tempo che sembrò infinito, al freddo, e poi sotto una pioggia battente. Alla fine alcuni frai militari risalirono sul treno, che ripartì, tornando da dov’era venuto.

Egli si riappropriò della valigia, e, quasi al buio, guardò l’orologio: il suo treno avrebbe dovuto passare due ore prima, e non s’era visto. Intirizzito, e bagnato, decise di rinunciare a partire e d’incamminarsi verso il vicino villaggio. La porta del magazzino adesso era chiusa e sorvegliata. Uscì dalla stazione, ma quando fu fuori non poté fare a meno di guardare di nuovo verso il magazzino. Nella parte posteriore s’apriva una porticina, seminascosta da un arbusto. A causa d’una svista incredibile, non era sorvegliata. Senza sapere bene che cosa facesse, egli s’avvicinò, depose la valigia, e, riparandosi dietro l’arbusto, provò a spingere la porta, cercando di non fare rumore. Dapprima resistette, ma poi, con un rumore che parve quasi un soffio, cedette, rimanendo aperta a metà. Con il cuore in gola, ascoltò, nel buio, per capire se qualcuno, dall’altra parte, avesse udito, mentre un odore di paglia e di polvere gli entrava nelle narici. Ma non accadde nulla. Allora, trepidante, si chinò sulla valigia, l’aprì con precauzione, e, dopo una breve ricerca, ne estrasse una scatola di fiammiferi. Ne sfregò uno, e, nel breve guizzare della fiamma, fra ombre gigantesche, scorse forme rettangolari e quadrate, d’ogni dimensione, che dovevano essere quadri; ma anche parallelepipedi, e forme indefinibili, che potevano nascondere statue e chissà quali altri oggetti. Tutto riposava, nel buio, dopo il lungo viaggio. E, fu allora, nel momento in cui l’ultimo bagliore della fiamma gli scottava la punta delle dita, che gli balenò in mente l’idea sconsiderata. Si chinò sull’ultimo pacco rettangolare su cui gli era caduto l’occhio prima che la fiamma s’estinguesse, probabilmente un quadro, non molto grande, e lo prese. Poi riaccostò con precauzione la porta, e, il quadro sotto il braccio destro, tenendo la valigia con la mano sinistra, dopo un rapido sguardo, s’avventurò sulla strada, l’attraversò rapidamente, e proseguì verso il villaggio, passando per il bosco.

Oppure, no, forse invece non andò così. Chiese scusa alla moglie, perché il passato è, al contrario del presente, tanto netto e luminoso, come il sorriso accogliente della sua grande bocca femminile, fosco ed incerto, indefinito. A quell’epoca, sotto l’occupazione, egli viveva nella grande città. Lavorava presso l’amministrazione del museo. Gl’invasori stavano per lasciare la città, tutti gli spiriti erano eccitati alla prospettiva della liberazione imminente. Ufficiali percorrevano irrispettosi a passi spavaldi le sale ampie dagli stucchi dorati, dalle tappezzerie raffinate. I loro stivali ferivano incuranti i pavimenti lignei profumati di cera. Avevano rimosso dalle pareti molti quadri, che giacevano per terra imballati, e lo stesso avevano fatto con le statue ed i soprammobili più preziosi.

Nel primo pomeriggio, ci fu un momento in cui le sale furono meno frequentate, anzi, alcune rimasero deserte. Egli passò lentamente per gli ampi spazi inondati di luce, il pavimento scricchiolava sotto ai suoi passi incerti. Poi attraversò una stanza buia, nella quale solo un raggio di sole, penetrando nella fessura fra le pesanti cortine di velluto accostate, fendeva l’oscurità, illuminando il pulviscolo nell’aria, e perdendosi, sulla parete opposta alla finestra, in uno specchio profondo. E poi, di nuovo, si trovò in un altro salone sfolgorante di fregi dorati, una galleria con ampie finestre a quadri dai davanzali alti, separate da una lunga sequela d’imponenti pilastri scanalati. Per terra giacevano, nelle nicchie sotto le finestre, appoggiati ai pilastri, nella luce, pacchi d’ogni forma e dimensione, inanimati, nei loro imballi, e pronti per la spedizione. L’occhio gli cadde su quello che doveva essere un quadro, rettangolare, non troppo grande, e ne fu attratto con forza tale, che, in quella sala momentaneamente vuota, ma che avrebbe potuto ad ogni istante animarsi d’occhi sospettosi, con l’indifferenza che nasce dalla paura, dovette chinarsi, e nasconderlo sotto il soprabito logoro. Continuò a camminare, prima indeciso, poi con passo più sicuro, verso l’uscita del museo, lontanissima. Le sale che attraversava sembravano popolarsi di militari, di facchini, d’impiegati che gli venivano incontro con sempre maggiore frequenza, finché non poté evitare, sull’ampio scalone a chiocciola, di urtare contro un uomo che saliva, mentre lui scendeva. Ma nessuno lo notò, nessuno lo fermò, nessuno levò la voce a fermarlo. Passava, e nessuno lo vedeva. E, pochi giorni dopo, gl’invasori salirono sugli ultimi treni e partirono, recando con sé il prezioso bottino, ma troppo frettolosamente per controllare liste ed inventari.

Sollevato, perché adesso le aveva raccontato tutto, ma temendo che la confessione avrebbe prodotto conseguenze irreparabili, non osava guardarla, e gli pareva d’udire lo scricchiolìo di quella crepa che forse s’allargava. Gli occhi rivolti al pavimento, girò dietro ad un cumulo di grandi casse di legno, dove c’era un cavalletto, coperto da un drappo grigio scuro. Sollevò il drappo, e le mostrò il quadro, racchiuso in una spessa cornice intagliata, dalla doratura consunta. Ritraeva un paesaggio della Provenza. In primo piano una casa antica, dall’intonaco sbiadito, una macchia d’alberi vicino ad un corso d’acqua, e sullo sfondo, campi: non si vedeva anima viva. Il sole inondava ogni oggetto di quella visione assorta, fino a sbiadirne i colori, fino a rendere opaca anche la massa scura degli alberi.

Prima che lei potesse parlare, prima che il suo volto potesse anche solo assumere un’espressione, egli s’affrettò a dire concitato che doveva capirlo, che non era stato possibile fare altrimenti, che era evidente, perché aveva dovuto portare via la tela.

La giovane donna esitò un attimo, poi avvicinò il viso alla tela, per esaminarla meglio, nella penombra. Disse che era un’opera di grande valore, che avrebbe trovato lei il modo di restituirla al museo, senza che nessuno scoprisse da dove proveniva, forse portandola in uno dei depositi cui, per il suo lavoro, aveva accesso, e lasciando che fosse rinvenuta da altri. Disse queste cose pratiche per tranquillizzarlo, quasi con indifferenza, non sembrava che tutto ciò fosse per lei molto importante.

Ma, soprattutto, sorrise. Dopo quella confessione non ci fu bisogno d’altre parole, non ci fu bisogno di gesti, perché lei, nella penombra della cantina, gli sorrise.


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Il sogno del pianoforte

Mi risvegliai nella penombra da un sonno cupo. Dalla piccola finestra con le inferriate, attraverso le tendine bianche, entrava una luce incerta. Il muro alto del convento, dalla parte opposta della via stretta, impediva di capire che ora del giorno fosse.

Ero sdraiato sul lato destro di un letto matrimoniale. Mi trovavo nella vecchia camera da letto dei miei nonni. Guardai i mobili scuri di radica. I comodini accanto al letto, un cassettone alto e stretto e sopra di esso qualche soprammobile, forse una cornice con una fotografia. L’armadio, che sapevo contenere i grossi raccoglitori della collezione di francobolli, una lunga pelle di pitone arrotolata, cimelio delle colonie, vestiti, gioielli forse, e tante altre vestigia di una vita passata. Di fronte al letto, un mobile basso, sovrastato da uno specchio che correva per tutta la sua lunghezza, facendo sembrare la stanza più ampia, senza però riflettere nulla di definito. E sopra questo mobile un centrino sbiadito, uno specchio a mano ed una spazzola d’argento. Tutto in ordine, cose che sono state lasciate lì, tanto tempo fa, dai loro proprietari, dopo l’uso quotidiano di una vita intera, e poi non sono state più toccate, da nessuno, rispettate, forse, anche dalla polvere.

Questa stanza ora si trovava al piano terra di una casa di Viterbo, ma l’avevo già vista in un altro appartamento, a Roma, in un vecchio stabile tranquillo con l’ascensore di legno, vicino alla stazione ferroviaria di S. Pietro. Anche allora era in ordine e chiusa, ricordo immoto di tempi che erano stati prima di me. La nonna era morta quando avevo appena sei mesi, ed il nonno dormiva, vedovo, in un’altra stanza con un letto singolo, arredata con altri mobili, forse più vecchi, ma meno remoti di quelli che ora mi circondavano nella penombra. L’idea che quella camera fosse appartenuta ad una coppia di persone vive, i miei nonni per di più, era un fatto astratto, vero, sì, perché raccontato da persone degne di fede, ma difficile da rivestire, anche solo nella mente, con i colori ed i toni della realtà. Anzi, l’esistenza di quella stessa coppia, il nonno e la nonna, mi sembrava molto molto lontana, per non dire improbabile.

Mi alzai, e feci qualche passo nella stanza. Ancor prima di giungere alla porta socchiusa, sentii lo spazio intorno a me distendersi nella quiete. Si espanse e si affermò la certezza piacevole che in casa non c’era nessuno, che la casa era vuota, tutta per me, fino alla cucina con il tavolo di marmo ed il vecchio ingranditore di legno e di ottone per stampare le fotografie, fino allo stanzino umido della legna da ardere. Ma qualcosa mi divideva dall’ambiente intorno a me. Era come se vedessi tutto da una certa distanza, o attraverso un vetro smerigliato. Pur nella certezza del silenzio assoluto nelle stanze vuote, sapevo che ogni eventuale rumore mi sarebbe giunto attutito. E se avessi toccato un mobile, una stoffa, un oggetto qualsiasi, i miei polpastrelli non ne avrebbero tratto che una percezione primitiva, la sorda esistenza di quell’oggetto, senza poterne distinguere la consistenza.

Uscii dalla camera da letto nel corridoio. La luce qui era più intensa, ma talmente grigia ed uniforme da impedirmi, ancora, di capire che ora fosse. Il consueto corridoio: l’attaccapanni di legno scuro appeso sopra un divanetto impagliato, anch’esso di legno scuro. Più vicino a me lo specchio romboidale, che non rifletteva nessuna immagine precisa, e, sotto, il vaso portaombrelli d’ottone. Entrai nell’atmosfera calma e sospesa del soggiorno. Alla mia sinistra il divano di velluto verde scuro, la vetrina che custodiva alcuni piccoli libri, nìnnoli e ricordi preziosi. Sulla vetrina oscillava muto il pendolo dell’orologio dorato, nella sua lieve scatola di cristallo. Alla mia destra il tavolo e la credenza, massicci, stile Quattrocento, con le sedie pesanti ricoperte di pelle: una sala da pranzo che non ricordo mai occupata da commensali, ma qualche volta animata da bambini che fanno i compiti, o scartano i regali nel giorno dell’Epifania. Di fronte a me la poltrona del nonno, dalle linee squadrate, la stoffa a fiori sbiadita e consunta: accanto ad essa il semplice scaffale bianco, il piccolo “altare” del nonno, questo sì, testimone della sua vita quotidiana, solitaria e malinconica, rassegnata e viva d’interessi. I suoi libri e le sue riviste; le biografie, i libri di storia, i romanzi, i gialli, la rilettura di qualche libro della giovinezza; le sigarette, la radio, i ritratti della nonna sorridente, vestita di bianco (ma ancora non riesco a farmi un’idea precisa e stabile delle sue fattezze: se la incontrassi non sarei in grado di riconoscerla).

Per la finestra del soggiorno il cielo terso mandava una luce intensa ma dorata: la luce del primo pomeriggio invernale. Di nuovo, sentii sotto la pelle e per le ossa e nel profondo delle viscere il brivido piacevole della casa disabitata, ad un tempo eccitante e rilassante. Sentii lo spazio, libero davanti a me fino allo studio del nonno, fino alla sua scrivania ingombra di carte e di tagliacarte, con tante matite di diversa lunghezza vertiginosamente appuntite, fino ai libri, che riposavano promettenti dietro ai vetri delle librerie, al caminetto, al colore esotico e consueto di alcuni ricordi sòmali. Vidi un uomo, difficile da immaginare, ma esistito, che percorreva a piedi terre africane, solo con il suo mulo ed il suo coraggio, per disegnare carte geografiche di regioni sconosciute.

Dietro alla poltrona del nonno, di fronte al tavolo da pranzo, lungo la parete, nero lucido, mi aspettava tranquillo il pianoforte. Un vecchio pianoforte verticale scordato, da lunghi anni silente. Non potei fare a meno di accostarmi e di sedermi sullo sgabello, poiché lo strumento mi aspettava, aperto lo sportello della tastiera. Non sapevo suonare, non avevo mai saputo suonare. Tasti bianchi e tasti neri: un’indistinta ed ininterrotta continuità, nella quale non ero mai riuscito a discernere melodie e ritmi, da cui a stento potevo cavare un tormentato Frère Jacques.

Ma ecco che improvvisamente nel vuoto della mia anima prese forma un meraviglioso moto d’affetti. Parti sparse negli angoli più remoti e reconditi, pezzi informi, immagazzinati senza ordine e dimenticati in sale oscure, presero a muoversi verso un centro, ciascuno secondo un suo disegno preciso, e tutti in una mirabile armonia. Ogni tasto del pianoforte acquisì una propria individualità, il mio cervello e la mia anima, non più confusi dalla nebbia della loro condanna, li riconobbero uno ad uno. Prepotentemente essi vollero essere suonati, ed io volevo suonare, e le braccia, e tutte le membra del mio corpo, libere dal torpore e riunite, dopo tanti anni, in una sola cosa, volevano suonare. E potevano suonare. Allungai, esitando, le mani verso la tastiera, appoggiai leggere le dita tremanti sull’avorio ingiallito, feci forza su me stesso per esercitare una prima pressione dubbiosa, ottenendo il primo accordo. Il vecchio pianoforte si schiarì la voce, violò il silenzio dopo tanti anni, esso per me ed io per esso, e fu come se un muro si infrangesse per sempre. Passai ad un secondo e poi ad un terzo accordo, e così via, progredii con sicurezza crescente, e libertà, nella disciplina di un ritmo, finché una musica, grande e commovente e calda, non si formò inarrestabile e si sparse in quella stanza, in quella casa, per quella città, e su tutta la Terra.

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