mercoledì 23 settembre 2009

Il sogno del pianoforte

Mi risvegliai nella penombra da un sonno cupo. Dalla piccola finestra con le inferriate, attraverso le tendine bianche, entrava una luce incerta. Il muro alto del convento, dalla parte opposta della via stretta, impediva di capire che ora del giorno fosse.

Ero sdraiato sul lato destro di un letto matrimoniale. Mi trovavo nella vecchia camera da letto dei miei nonni. Guardai i mobili scuri di radica. I comodini accanto al letto, un cassettone alto e stretto e sopra di esso qualche soprammobile, forse una cornice con una fotografia. L’armadio, che sapevo contenere i grossi raccoglitori della collezione di francobolli, una lunga pelle di pitone arrotolata, cimelio delle colonie, vestiti, gioielli forse, e tante altre vestigia di una vita passata. Di fronte al letto, un mobile basso, sovrastato da uno specchio che correva per tutta la sua lunghezza, facendo sembrare la stanza più ampia, senza però riflettere nulla di definito. E sopra questo mobile un centrino sbiadito, uno specchio a mano ed una spazzola d’argento. Tutto in ordine, cose che sono state lasciate lì, tanto tempo fa, dai loro proprietari, dopo l’uso quotidiano di una vita intera, e poi non sono state più toccate, da nessuno, rispettate, forse, anche dalla polvere.

Questa stanza ora si trovava al piano terra di una casa di Viterbo, ma l’avevo già vista in un altro appartamento, a Roma, in un vecchio stabile tranquillo con l’ascensore di legno, vicino alla stazione ferroviaria di S. Pietro. Anche allora era in ordine e chiusa, ricordo immoto di tempi che erano stati prima di me. La nonna era morta quando avevo appena sei mesi, ed il nonno dormiva, vedovo, in un’altra stanza con un letto singolo, arredata con altri mobili, forse più vecchi, ma meno remoti di quelli che ora mi circondavano nella penombra. L’idea che quella camera fosse appartenuta ad una coppia di persone vive, i miei nonni per di più, era un fatto astratto, vero, sì, perché raccontato da persone degne di fede, ma difficile da rivestire, anche solo nella mente, con i colori ed i toni della realtà. Anzi, l’esistenza di quella stessa coppia, il nonno e la nonna, mi sembrava molto molto lontana, per non dire improbabile.

Mi alzai, e feci qualche passo nella stanza. Ancor prima di giungere alla porta socchiusa, sentii lo spazio intorno a me distendersi nella quiete. Si espanse e si affermò la certezza piacevole che in casa non c’era nessuno, che la casa era vuota, tutta per me, fino alla cucina con il tavolo di marmo ed il vecchio ingranditore di legno e di ottone per stampare le fotografie, fino allo stanzino umido della legna da ardere. Ma qualcosa mi divideva dall’ambiente intorno a me. Era come se vedessi tutto da una certa distanza, o attraverso un vetro smerigliato. Pur nella certezza del silenzio assoluto nelle stanze vuote, sapevo che ogni eventuale rumore mi sarebbe giunto attutito. E se avessi toccato un mobile, una stoffa, un oggetto qualsiasi, i miei polpastrelli non ne avrebbero tratto che una percezione primitiva, la sorda esistenza di quell’oggetto, senza poterne distinguere la consistenza.

Uscii dalla camera da letto nel corridoio. La luce qui era più intensa, ma talmente grigia ed uniforme da impedirmi, ancora, di capire che ora fosse. Il consueto corridoio: l’attaccapanni di legno scuro appeso sopra un divanetto impagliato, anch’esso di legno scuro. Più vicino a me lo specchio romboidale, che non rifletteva nessuna immagine precisa, e, sotto, il vaso portaombrelli d’ottone. Entrai nell’atmosfera calma e sospesa del soggiorno. Alla mia sinistra il divano di velluto verde scuro, la vetrina che custodiva alcuni piccoli libri, nìnnoli e ricordi preziosi. Sulla vetrina oscillava muto il pendolo dell’orologio dorato, nella sua lieve scatola di cristallo. Alla mia destra il tavolo e la credenza, massicci, stile Quattrocento, con le sedie pesanti ricoperte di pelle: una sala da pranzo che non ricordo mai occupata da commensali, ma qualche volta animata da bambini che fanno i compiti, o scartano i regali nel giorno dell’Epifania. Di fronte a me la poltrona del nonno, dalle linee squadrate, la stoffa a fiori sbiadita e consunta: accanto ad essa il semplice scaffale bianco, il piccolo “altare” del nonno, questo sì, testimone della sua vita quotidiana, solitaria e malinconica, rassegnata e viva d’interessi. I suoi libri e le sue riviste; le biografie, i libri di storia, i romanzi, i gialli, la rilettura di qualche libro della giovinezza; le sigarette, la radio, i ritratti della nonna sorridente, vestita di bianco (ma ancora non riesco a farmi un’idea precisa e stabile delle sue fattezze: se la incontrassi non sarei in grado di riconoscerla).

Per la finestra del soggiorno il cielo terso mandava una luce intensa ma dorata: la luce del primo pomeriggio invernale. Di nuovo, sentii sotto la pelle e per le ossa e nel profondo delle viscere il brivido piacevole della casa disabitata, ad un tempo eccitante e rilassante. Sentii lo spazio, libero davanti a me fino allo studio del nonno, fino alla sua scrivania ingombra di carte e di tagliacarte, con tante matite di diversa lunghezza vertiginosamente appuntite, fino ai libri, che riposavano promettenti dietro ai vetri delle librerie, al caminetto, al colore esotico e consueto di alcuni ricordi sòmali. Vidi un uomo, difficile da immaginare, ma esistito, che percorreva a piedi terre africane, solo con il suo mulo ed il suo coraggio, per disegnare carte geografiche di regioni sconosciute.

Dietro alla poltrona del nonno, di fronte al tavolo da pranzo, lungo la parete, nero lucido, mi aspettava tranquillo il pianoforte. Un vecchio pianoforte verticale scordato, da lunghi anni silente. Non potei fare a meno di accostarmi e di sedermi sullo sgabello, poiché lo strumento mi aspettava, aperto lo sportello della tastiera. Non sapevo suonare, non avevo mai saputo suonare. Tasti bianchi e tasti neri: un’indistinta ed ininterrotta continuità, nella quale non ero mai riuscito a discernere melodie e ritmi, da cui a stento potevo cavare un tormentato Frère Jacques.

Ma ecco che improvvisamente nel vuoto della mia anima prese forma un meraviglioso moto d’affetti. Parti sparse negli angoli più remoti e reconditi, pezzi informi, immagazzinati senza ordine e dimenticati in sale oscure, presero a muoversi verso un centro, ciascuno secondo un suo disegno preciso, e tutti in una mirabile armonia. Ogni tasto del pianoforte acquisì una propria individualità, il mio cervello e la mia anima, non più confusi dalla nebbia della loro condanna, li riconobbero uno ad uno. Prepotentemente essi vollero essere suonati, ed io volevo suonare, e le braccia, e tutte le membra del mio corpo, libere dal torpore e riunite, dopo tanti anni, in una sola cosa, volevano suonare. E potevano suonare. Allungai, esitando, le mani verso la tastiera, appoggiai leggere le dita tremanti sull’avorio ingiallito, feci forza su me stesso per esercitare una prima pressione dubbiosa, ottenendo il primo accordo. Il vecchio pianoforte si schiarì la voce, violò il silenzio dopo tanti anni, esso per me ed io per esso, e fu come se un muro si infrangesse per sempre. Passai ad un secondo e poi ad un terzo accordo, e così via, progredii con sicurezza crescente, e libertà, nella disciplina di un ritmo, finché una musica, grande e commovente e calda, non si formò inarrestabile e si sparse in quella stanza, in quella casa, per quella città, e su tutta la Terra.

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