Cielo plumbeo a Mosca, nevischio sottile, meno 5 gradi. Ieri sera i reattori avevano sollevato un gran polverone di neve, durante la manovra di parcheggio, all'aeroporto di Sheremetevo. Ora, automobili attraversano il Krimsky most a fari accesi verso gli ultimi ingorghi prima delle lunghe vacanze. Davanti al portale neoclassico-staliniano del Parco Gorky scintilla un enorme albero di Natale composto da sfere luminose bianche, mentre Lenin, dal suo piedistallo in Koroviy Val, guida il proletariato avvolto nel suo cappottino striminzito e inadeguato ai rigori della stagione. Lo sovrasta la grande insegna luminosa, rossa, sì, ma che declama "HITACHI".
Le ciminiere a righe bianche e rosse della centrale di teleriscaldamento sbuffano vapore nelle nuvole grigie; e le cupole d'oro del Cristo Salvatore e del Cremlino cercano un introvabile raggio di sole da riflettere. Eppure sotto i cappelli di pelliccia e nelle scarpe grosse che si aggrappano ai marciapiedi scivolosi, si sente il tepore del Novy God, l'anno nuovo che arriva, e delle vacanze.
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